Maria Scalet: breve storia della nostra casa

Introduzione

Mi chiamo Maria Scalet e sono nata nel 1913. Ho quindi la veneranda età di 97 anni, sono quasi cieca ed anche un po’ sorda, ma grazie a Dio la testa mi funziona ancora. Da anni sono ospite della Casa di soggiorno per anziani “San Giuseppe” di Primiero, dove sono egregiamente accudita.

In vista del nuovo ampliamento della Casa, ormai in corso d’attuazione, sono stata pregata dal prof. Silvio Moz, che presiede l’Istituto, di stilare, in qualità di ospite anziana della Casa stessa, un articolo per questo giornale, per ricordare le tappe salienti della sua storia.

Lo faccio volentieri, ma chiedo venia in anticipo se qualche data o se qualche particolare del mio racconto non dovesse coincidere perfettamente con i dati dei documenti ufficiali dell’ Archivio della Casa. La mia memoria mi può anche tradire, ma nel complesso credo che quanto dico corrisponda al vero. Per la verità, mi sono fatta aiutare nelle ricerche e nella stesura del testo da alcune persone che hanno aderito volentieri alla mia richiesta di aiuto.

Ovviamente non posso ricordarmi nulla delle cose accadute nel secolo XIX, essendo nata nella prima metà del XX secolo, ma dagli anni ’40 del secolo scorso ad oggi, ciò che ricordo lo posso riportare, anche perché per un certo periodo ho contribuito anch’io quale consigliera nel Consiglio di amministrazione della Casa.

Ciò che invece è accaduto prima è frutto delle ricerche d’archivio fatte dai miei collaboratori.

Le origini nell’Ottocento

Prima del 1840 esisteva a Pieve una casa-ospizio denominata genericamente “ospedale“, lasciata da un prete in eredità alla comunità di Primiero per la cura degli ammalati poveri. Questa casa, che non insisteva sull’area dell’odierna Casa di soggiorno per anziani, godeva di un lascito annuale di 100 fiorini del Priorato di San Martino di Castrozza e di un lascito di un certo signor Candido Sartori di 2000 fiorini.

Il 30 giugno 1840 presso l’allora Giudizio Distrettuale di Primiero, alla presenza di tutti i parroci e curati ed i capicomune di Primiero, viene deciso di mettere in vendita la vecchia casa-ospizio e di accettare l’offerta di un lascito del conte Giovanni Welsperg di 4000 fiorini, unitamente a quella dell’eredità di Candido Sartori di altri 2000 fiorini ed al lascito annuale di 100 fiorini del Priorato, per l’erezione di un nuovo ospedale.

Nel corso del 1842 viene acquistato, con l’approvazione governativa, quale sede del futuro ospedale, il maso ai Campi Credai, l’area su cui sorge oggi la Casa di soggiorno San Giuseppe, allora di proprietà dei conti Welsperg, al prezzo di 10.000 fiorini.

Nel 1844, con atto notarile steso presso il suddetto Giudizio Distrettuale, i comuni di Fiera, Siror, Tonadico, Transacqua, Mezzano ed Imer accettano di concorrere alle spese di erezione e di sussistenza del nuovo ospedale.

Nell’agosto del 1851 la costruzione dell’ospedale è terminata e vi sono già stati trasferiti gli ammalati dall’ospedale vecchio.

Da allora l’ospedale funzionò, anche dopo la fine della I guerra mondiale, e precisamente fino al 1927, secondo la normativa austriaca. L’amministrazione era affidata ad un organo direttivo costituito dai capicomune dei comuni concorrenti alle spese dell’ospedale, presieduto dal capocomune di Fiera, ed era curata da un amministratore esecutivo stipendiato.

Dal 1866 l’ospedale fu affidato in gestione alle Suore della Provvidenza di Udine (ordine fondato da padre Luigi Scrosoppi), che ne curarono e ne garantirono l’attività per quasi 120 anni, fino al 1985, quando l’Ordine decise di ritirare dalla Casa di riposo di Primiero le ultime proprie consorelle che ancora si trovavano in servizio presso di essa.

Le vicende nel Novecento

L’adeguamento della Casa alla nuova normativa italiana ebbe un iter molto lungo, in quanto nel frattempo i comuni erano stati accorpati ed il comune di Primiero, come anche l’ospedale, furono commissariati.

Con decreto del prefetto della provincia di Trento dell’11 marzo 1927, l’ospedale San Giuseppe in Fiera di Primiero viene classificato come istituzione di assistenza e beneficenza di prima classe, ma gli manca ancora il riconoscimento quale ente morale e non dispone ancora di uno statuto e di organi amministrativi rispondenti alle leggi in vigore in materia. Soltanto il 14 maggio del 1932 si può riunire per la prima volta il nuovo Consiglio di amministrazione dell’ente, rispondente ai requisiti della legislazione italiana in materia di istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza.

Nel 1939, però, in seguito alla emanazione di una legge del 1938, un successivo decreto della prefettura di Trento classifica l’istituto di cura di Primiero non più come ente di assistenza e di beneficenza, ma quale Infermeria per cronici.

Nel 1948, dopo la caduta del fascismo, nel primo dopoguerra democratico, tale decreto del 1939 viene revocato e l’ istituto riprende la sua denominazione ufficiale di pia opera “Ospedale San Giuseppe di Primiero“.

La denominazione dell’ente cambia poi ancora nel 1972, quando l’istituto viene definito come “Casa serena San Giuseppe“ e funge da allora come casa di riposo con lo scopo di provvedere al ricovero di anziani o di inabili al lavoro.

Nel 1981, con l’adozione di un nuovo statuto, che anche in precedenza era stato più volte modificato, la Casa assume la nuova denominazione di “Casa di soggiorno per anziani San Giuseppe di Primiero“, cioè la sua attuale denominazione.

Infine nel 1999 viene adottato lo statuto in vigore ancor oggi che è bene riassumere nelle sue finalità essenziali. Esso contempla che l’istituto deve provvedere:

Infine nel 1999 viene adottato lo statuto in vigore ancor oggi che è bene riassumere nelle sue finalità essenziali. Esso contempla che l’istituto deve provvedere:

  • al ricovero, cura mantenimento ed assistenza degli anziani e persone bisognose di particolare assistenza aventi domicilio di soccorso nei comuni di Fiera, Siror, Tonadico. Transacqua, Mezzano, Imer e Sagron Mis, e nei limiti dei posti disponibili anche degli anziani appartenenti per domicilio di soccorso agli altri comuni della Valle di Primiero;
  • a promuovere la realizzazione di servizi integrativi o alternativi al ricovero ( come i servizi di consegna dei pasti a domicilio, di mensa aperta, di centro diurno ecc. ), sia all’interno che all’esterno della casa, anche in convenzione con l’Azienda provinciale per i servizi sanitari o altri enti pubblici;
  • a coordinare i propri interventi assistenziali con quelli di altri enti pubblici che svolgono funzioni assistenziali nel territorio;
  • al ricovero di persone non anziane ma in accertato stato di bisogno segnalate dai servizi socio-assistenziali e sanitari del territorio.

L’edificio iniziale, quello del 1851, era costituito da un’ampia casa rettangolare a tre piani. Successivamente fu costruita un’ala aggiuntiva sempre a tre piani sul lato nord.

Il terreno circostante era utilizzato per attività agricole che venivano svolte dagli stessi ospiti autosufficienti della Casa.

L’ospedale possedeva inoltre una tenuta agricola denominata Maso ai Campi, la vendita dei cui prodotti costituiva una delle fonti di reddito dell’istituto.

Nel 1924 l’ospedale fu dotato di una cappella mortuaria e di una legnaia.

Nel 1926 fu deciso di dotare l’ospedale di un gabinetto radiologico e batteriologico. Quest’ultimo fu installato nel 1927.

Nel 1931 il patrimonio immobiliare e delle strutture dell’istituto risultava il seguente:

  • l’area su cui insiste il complesso ospedaliero è di 33.413 metri quadrati, di cui 750 coperti da fabbricati;
  • l’ospedale dispone di un reparto di medicina generale da 10 posti letto, un reparto di isolamento da 4 posti letto, un reparto per bambini da 4 posti letto, un reparto ad uso ricovero da 55 posti letto, un impianto per esami radiologici.

A partire dal 1943 il Consiglio di amministrazione dell’ente delibera di costruire una stalla con fienile e di costituire un’azienda agricola a conduzione interna affidata ad un fattore locale. La stalla e il fienile sorgevano dove oggi c’è l’edificio per gli ospiti esterni.

A partire dagli anni ’40 compaiono sui registri dei ricoverati annotazioni relative a ricoveri per parti e dal 1950 sui libri mastri compare la spesa per lo stipendio della levatrice (ostetrica).

Nel 1954 viene aperto un nuovo reparto per partorienti, dotato di 2 stanze singole e 7 doppie per un totale di 16 posti letto. Il reparto maternità funzionerà fino ai primi anni ’70, quando verrà soppresso per effetto di una nova legge provinciale in materia sanitaria che prevedeva espressamente che le partorienti venissero ricoverate in una struttura ospedaliera adeguatamente attrezzata e dotata di personale medico continuo.

Nei primi anni ’50 viene allestito presso l’ospedale San Giuseppe anche un dispensario antitubercolare mandamentale.

Nei primi anni ’70 viene ricostruita ed ampliata sul lato nord l’ala a tre piani, che ora ha un accesso separato, ma che rimane collegata internamente con il vecchio edificio.

Questo è quanto risulta dai materiali dell’archivio.

I miei ricordi

Io mi ricordo che l’edificio centrale era di forma rettangolare: vi si accedeva al piano terra da un ampio corridoio. A destra c’era il refettorio per le donne e a sinistra quello degli uomini. C’era poi un piccolo ambulatorio medico. Si continuava con una sala riunioni, che in estate si trasformava in sala da pranzo per ospiti esterni. In fondo, prima della cucina, a destra, c’era il refettorio delle suore. C’era inoltre una piccola sala dove il personale consumava i pasti. In fondo si trovava la cucina, grande, con un grande “ spoler “ a legna. Lungo tutta una parete erano collocati 3 grandi lavatoi di granito. In mezzo alla cucina c’era un grande tavolo da lavoro. Attiguo alla cucina si trovava un grande locale deposito con 3 celle frigorifere per la conservazione della verdura prodotta dai due grandi orti esterni all’edificio e dei salumi ricavati dai maiali allevati nella tenuta agricola.

Ai piani superiori si accedeva mediante una larga scala di marmo.

Al primo piano c’era l’appartamento delle suore, la cappella, una grande sala per la ricreazione, una corsia con 10 posti letto per le donne, alcune stanze più piccole con 1 o 2 posti letto e infine i servizi per gli ospiti e per le suore.

Al secondo piano c’erano le stanze un tempo riservate al personale di servizio, che successivamente furono destinate agli ospiti durante il periodo estivo.

Nell’ala laterale nord dell’edificio, a piano terra c’erano tre piccole celle per i ricoverati con problemi psichici o malattie particolari. Ognuna di esse sulla porta d’entrata aveva una piccola feritoia attraverso la quale venivano serviti i pasti.

Al primo piano, a partire dagli anni ’50, venne allestito il reparto maternità, dove a turno prestavano servizio due ostetriche.

Al secondo piano c’era uno stanzone di 10 posti letto per gli uomini e due stanze più piccole, rispettivamente di 1 e di 2 posti letto, per i casi più gravi.

Sia sopra l’edificio centrale che quello laterale si estendeva un capiente ed alto sottotetto che fungeva da deposito generale e dove venne trasferito il personale di servizio per lasciare spazio agli ospiti estivi.

Sull’esterno c’era la lavanderia e una legnaia, che costituivano dei corpi a sé.

Il numero degli ospiti variava a seconda della stagione: in primavera ed in estate gli autosufficienti erano normalmente circa una ventina, ed aiutavano in campagna, coltivavano i 2 grandi orti, quello che guardava verso sud e verso il cimitero, dove oggi c’è il parcheggio per le automobili e quello che si trovava sulla sinistra del vialetto d’ entrata all’edificio centrale, dove ora sono iniziati i lavori per l’ampliamento dell’ attuale edificio, tagliavano l’erba, facevano il fieno e accudivano agli animali della stalla ed  ai maiali, con cui si facevano poi i salumi per l’inverno.

In autunno ed in inverno gli ospiti aumentavano e raggiungevano le 35-40 unità.

Le suore erano 12, di cui 3 si occupavano dell’asilo infantile e 9 del ricovero. Le suore facevano di tutto: fungevano da infermiere, da cuoche, dirigevano e lavoravano in lavanderia, tenevano in parte anche la contabilità, coadiuvate in ciò gratuitamente per qualche periodo da personale esterno qualificato.

Nel giardino, vicino alla lavanderia, c’era la cappella mortuaria, dove venivano posti, oltre agli ospiti defunti, anche i morti per incidenti in montagna. Vicino ad essa c’era anche un bellissimo capitello in sasso dedicato alla Madonna.

Gli ospiti non potevano uscire liberamente, soltanto il giovedì era giorno di libera uscita e c’era giornalmente un portiere adibito al controllo.

Verso gli anni’80, poiché l’ala nord, che era stata ricostruita senza adeguate fondamenta dava segni di cedimento ed anche perché la parte centrale dell’edificio era stata lesionata dal terremoto del 1976, l’allora consiglio di amministrazione della Casa decise, in accordo con l’amministrazione provinciale, di intervenire radicalmente sull’intero edificio e di prevederne gradualmente  l’abbattimento e la ricostruzione. Ciò è stato fatto ed oggi la Casa di soggiorno per anziani “ San Giuseppe “ di Primiero dispone di una capienza complessiva di 80 posti letto, costituiti da stanze ad 1 e 2 letti, tutte dotate d servizi. Un reparto opportunamente attrezzato è riservato agli ospiti non autosufficienti. L’edificio è accogliente e funzionale e dotato di ampi spazi comuni, il numero del personale dipendente risulta conforme ai parametri previsti dalla normativa in vigore, ma il continuo aumento di richieste di ricovero di persone non autosufficienti richiede un nuovo ampliamento della Casa. I lavori sono già iniziati e questo è un altro intervento strutturale che tra qualche anno entrerà anch’esso nella storia ormai ultracentenaria dell’edificio.

Un grazie di cuore a tutti coloro che nel passato hanno contribuito e che nel presente contribuiscono a rendere sempre migliori le condizioni di vita degli ospiti della Casa.


Post scriptum

Al racconto di Maria c’è poco da aggiungere, solo due piccoli aspetti:

  • in data 1.01.2008, a seguito della L.R. n. 7/2005, l’organizzazione in Ipab è stata trasformata in quella di APSP (Azienda Pubblica di Servizi alla Persona), con un nuovo statuto;
  • poiché l’edificio, realizzato negli anni ’80, presentava alcune carenze rispetto alle esigenze di assistenza (in particolare la ristrettezza degli spazi) ed alle normative attuali, l’amministrazione ha chiesto ed ottenuto dalla Provincia un finanziamento ed in data 1.09.’10 sono iniziati i lavori di ampliamento e ristrutturazione, finalizzati ad ottenere una migliore vivibilità ed un adeguamento alle normative.